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Testi Critici

"DI ARIA E DI ACQUA"

Due corpi femminili intrecciati tra essi, fino a fondersi in una sola forma e in una sola corporatura. Qual è la proposta estetica che ci offre Maria Ditaranto con questo dipinto, intitolato "di aria e di acqua"?. E forse lo stesso dell'Androgino" di Leonardo da Vinci che, anche lui, disegnò due corpi avviluppati insieme, sullo stesso asse perpendicolare? O c'è dell'altro?Qualcosa di diverso, per quanto simile? Leonardo da Vinci riprese - con molta probabilità - il teorema platonico del "desiderio d'interezza" che perseguita (da sempre) l'individuo nel tentativo di ricongiungere le due metà del proprio sé. Ovverosia: spirito e materia, anima e mondo sensibile, intelligenza e coscienza, mente e corpo. Elémire Zolla vide nell'altra parte di sé, un sentimento di nostalgia per una perduta interezza, che non potrà essere riconquistata - a nostro avviso - se non effettuando un lavoro di ricerca spirituale, a livello interiore, e svolgendo un percorso intellettivo, di tipo collettivo, per la conquista di conoscenze e saperi, che esaltino le umane virtù. Sempre secondo Elémire Zolla questo desiderio d' integrità perduta corrisponde, inoltre, con la "radice dell'amore". Eros e Psiche, corpo e mente, verrebbe da dire, a questo punto, guardando la recente produzione pittorica di Maria Ditaranto, svolta tra sentimento religioso e corporeità fisica. Tornando al disegno di Leonardo da Vinci intitolato "l'Androgino" occorre ricordare che i più profondi assertori dell'alchimia videro, in esso, lo sviluppo dell'archetipo "consunstanziale" in se stesso (?) della "coincidenza" e del "superamento" che con un termine latino è stato definito della "coincidentia oppositorum". Sincronismo e attraversamento, convergenza e passaggio, sono contenuti che troviamo, anche, in questo dipinto ad olio, su carta, di Maria Ditaranto. Nella visione alchemica, l'aria è un simbolo della "vita invisibile" e in quanto tale si associa alla purificazione spirituale. L'acqua è, invece, la sorgente della vita materiale e per questo rappresenta un mezzo di rigenerazione fisica. Nell' aggrovigliamento delle due forme femminili - contenuto in "di aria e acqua" - Maria Ditaranto stabilisce un "desiderio d' interezza" - sul piano filosofico - tra il terreno e l'ultraterreno, tra il fisico e il metafisico, tra il reale e il surreale. Ma che nessuno provi a trovare in questa sua attenzione verso la filosofia e verso il simbolismo esoterico (?) una scelta di tipo stilistico. No. Quello che lei usa, infatti, é solo e soltanto un linguaggio di genere figurativo, con rimandi - di tipo simbolico - al pensiero umanista tout court. Cosa stanno, allora, a indicarci i due corpi femminili, avvinti in uno, di questo dipinto di Maria Ditaranto? E lo stesso interrogativo si pone, anche, per il dipinto (similare, a questo, nell'impianto anatomico e prospettico) intitolato "Aria: in cui un volatile posto tra due figure femminili esalta - in forma simbolica - l'equilibrio e la stabilità, l'unicità e la nuova vita, la purezza e la pietà. La risposta che vale per l'uno e per l'altro dipinto è che l'uno non sopravvive mai da solo a se stesso. Ed è per questa ragione che si raddoppia, in forma speculare, in un incrocio che ci piace definire "a specchio" come nelle calligrafie arabe. Insomma è in questa maniera - e soltanto in questa - che l'uno si addiziona al due e produce, come risultato aritmetico, il numero tre, che è alla base della "musica delle sfere" di pitagorica memoria: con il Sole, la Luna e i pianeti che producono un "suono continuo" per effetto dei movimenti - di rivoluzione e di rotazione - compiuti all'interno del cosmo. Per Pitagora si trattava di un suono impercettibile all'orecchio umano. E come tale è rimasto salvo che - in anni recenti - il filosofo Sufi, Gabriele Mandel Khan ha stabilito che si tratta di un "si bemolle, che giunge da galassie lontane". Pitagora sosteneva che questo suono è il frutto della "armonia celeste" che intercorre tra il Sole, la Luna e i pianeti. E sosteneva, pure, che é da questo "suono celeste" (che è impercettibile, ripetiamo, alle nostre orecchie) che dipende la qualità stessa della vita sulla Terra. Se ci dovessimo fermare ad analizzare in superficie, senza un'operazione di scavo estetico, questo dipinto di Maria Ditaranto, non coglieremmo la dimensione semantica - da lei sottilmente impiegata - dell'uno che si raddoppia matematicamente. E che forma il tre, a livello astratto. A proposito di questo numero c'è, anche, da dire che Platone divideva l'origine della razza umana in tre generi. E non in due: uomo/donna. Sul piano esclusivamente filosofico lui sosteneva, a questo riguardo, che c'era stato un tempo - un tempo primordiale! - in cui si trovavano insieme (nel "mondo delle sfere" e degli "esseri a palla") il maschio, la femmina e l'individuo androgino, che era femminile e maschile al tempo stesso come, poi, ci mostrò Leonardo da Vinci nel suo disegno dedicato a questo tema. Nell'opera di Maria Ditaranto "di aria e di acqua" l'artista ci mostra, in realtà, il "doppio femmineo" inteso come raddoppiamento della personalità, una condizione in grado di mettere d'accordo l'apollineo e il dionisiaco che sono in ognuno di noi, secondo Nietzsche. Questa due visioni dell'apollineo e del dionisiaco sono le altre due letture possibili del dipinto di Maria Ditaranto. Da una parte c'è l'impulso apollineo a determinare l'ordine e l'armonia, in ogni cosa, e dall'altra parte c'è, invece, l'impulso dionisiaco ad agire con ebbrezza e con esaltazione. Secondo Nietzsche prevarrebbe, nel contemporaneo, lo spirito apollineo. E questo non da ieri (ovvero dal secolo scorso, in cui ha vissuto il filosofo) ma addirittura da tempi remoti. Da quando Socrate prese coscienza della superiorità dei dolori e delle assurdità della vita, rispetto al fato. Per venire fuori da questo stato di cose dovremmo recuperare un po' della nostra creatività dionisiaca. Non esiste altra soluzione. Proprio come suggerisce Maria Ditaranto con questo dipinto, diviso concettualmente tra aria e acqua, in un "doppio femmineo" che stimola al raggiungimento della "Perfezione Assoluta". Quella stessa Perfezione che per andare a Socrate andava iscritta in tre "globi aurei": della pura Verità, della Bellezza assoluta e delle "forza maggiore" che governa i destini. Non c'è dubbio che il valore estetico di questo dipinto di Maria Ditaranto sta, non solo, nel suo "vigore formale" ma anche nel senso di "immediatezza stilistica" che esso trasmette; pur nella trattazione di un tema così tanto affascinante e complesso come quello della "coincidenza" che esiste tra i pensieri e le forme (nel tempo sincronico) e nel loro "superamento" in uno spazio diacronico, che quello delle galassie lontane e del Verbo divino. Aspetto quest'ultimo trattato nel dipinto intitolato "le Manifestazioni Gemelle" dove pure ricorre (in forma aniconica rispetto ai volti) l'incrocio tra i corpi, in un anelito di Perfezione, in grado di esaltare l'Antica Bellezza: Origine della vita e di tutti i Mondi.

Rino Cardone


GIANFRANCO BLASI - L’amore torna all'amore. La nuova personale della pittrice Maria Ditaranto al Castello di Lagopesole


GIANFRANCO BLASI - il mito di Lilith, la donna raccontata nei dipinti di Maria Ditaranto


HUMANITAS

Opera di Maria Ditaranto
Ricorrono in questa opera tutti i simboli dell'Onnipotenza dei Messaggeri di Dio e delle Virtù da Loro stessi rese manifeste nella realtà sensibile. Come ad esempio: il sapere e la conoscenza, la saggezza e la sapienza. Ricorrono, poi, le figure di angeli asessuati e senza ali, ma potenti nell'immagine; con il cubo di Metatron che li richiama tutti, a voler rafforzare esteticamente (nella perfezione della sua geometria tetraedrica) il punto aureo del quadro.E poi ritorna anche l'immagine di Simurgh: il volatile dell'Albero dei Semi che attraverso il Verbo degli Uccelli (di tradizione sufi) manifesta l'Essenza stessa della Parola di Dio. Le figure umane richiamano, invece le storie di due dei Profeti Minori della Casa d'Israele. Sono le storie di Enoch e di Elia, Che volarono in Cielo, catturati dal vento. E poi, a far da corolla al tutto: figure di farfalla, leggere come le anime che hanno la loro fissa dimora nel Castello interiore del corpo umano. Sono farfalle, ma anche falene, accecate dalla fiamma dell'amore, che le spinge verso il calore e la luce di una lucerna che arde di un olio che non è né orientale e né occidentale. E che si spostano di giunco in giunco e di pianta in pianta, in un bisogno di leggerezza che sa di pura soavità.

Rino Cardone


LE DUE LUNE DI LILITH.
Opere di Maria Ditaranto
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“Io sono Lilith, reduce dall’esilio
e dalla vacua prigione dell’oblìo,
leonessa maestosa e dea di due lune.(…)”.
Jumana Haddad, “Il ritorno di Lilith”
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Rino Cardone -

È una scelta vivace nel genere di proposta espressiva e vigorosa nello sviluppo dei contenuti figurativi, quella che ha messo a punto Maria Ditaranto per questa mostra, intitolata “le due lune di Lilith”.Il primo elemento estetico che viene fuori da questi suoi dipinti, più recenti, è l’aver dato corpo a una “soluzione semiotica” (espressa per simboli) che è supplementare e aggiuntiva alla “rappresentazione sinottica” (d’insieme) della figura. Ne è nata una soluzione creativa, energica e affascinante, pregnante e attraente: sia per la scelta delle tinte (bianchi di zinco, di titanio e di bario; giallo ocra; rosso Tiziano; lacca di robbia; nero bitume e blu d’oltremare) e sia per le immagini proposte (figure femminili, volatili e insetti). Per raggiungere questo risultato, Maria Ditaranto si è lasciata, intenzionalmente, alle spalle la sua ricerca precedente, fatta di ritratti, di nature morte e di scene di genere. Le immagini da lei, ora, create rinviano, nei contenuti e negli argomenti trattati, a qualcosa che va oltre quello che si vede, pur conservando una piena aderenza: sia con l’evidenza della realtà (così come quest’appare) e sia con “la tangibilità delle cose” (che riconduce il tutto alla filosofia dell’archè e alla “natura primigenia” che domina il mondo). Questa scelta estetica ha portato Maria Ditaranto a esprimersi con una “pittura espressiva” sviluppata: per simboli, per concetti, per idee, per pittogrammi, per manifestazioni ideogrammatiche dell’inconscio umano, per forme strutturate della mente e per visioni che superano la soglia della coscienza. E che sono funzionali tutte insieme, nello stesso tempo, a dimostrare la complessità della psiche umana. All’interno di un processo organico di “comunicazione iconografica” Maria Ditaranto ha sviluppato, per tutto questo, un “sistema illustrativo” (composito ed eterogeneo) nel quale convivono: “significato” e “significante”. Un tipo di esperienza creativa, questa, che è stata già percorsa, negli anni ’80 del secolo scorso, con il passaggio dalla neofigurazione, alla cosiddetta “metapittura segnica” (pure adottata, oggi, da Maria Ditaranto nella maniera in cui inscrive e incornicia "i suoi dipinti dentro il quadro"). Questo particolare “aspetto formale” – adottato dall’artista - ha avuto il suo “incipit creativo” sul finire del Novecento. Esso è stato spiegato da Claudio Collina, in un suo saggio critico dedicato all’artista Antonio Violetta. E consiste nell’esprimere una serie di «aspetti simbolisti “incarnati” da valenze emozionali» e capaci di far «trapelare, dal significato al significante della forma (…) la poetica esistenzialista ed espressionista». Per raggiungere questi risultati, Maria Ditaranto ha usato il linguaggio classico della pittura. Innanzitutto rappresentando, in modo figurativo, nei suoi dipinti: corpi, visi, e anatomie umane. Ma non si è limitata solo a questo. Ha adottato un doppio “codice espressivo”. Innanzitutto quello tradizionale dei segni, che sono interpretati e decifrati - in maniera cognitiva - dalla “semiotica visiva” della storia dell’arte contemporanea. In ragione di ciò ha prodotto (tanto nel minuto, cioè nel piccolo e nell’essenziale, quanto nel dettaglio, ovvero nello specifico e nel particolare) tratti, segni e “graffiature minimaliste” che derivano dalla maniera di utilizzare il pennello sulla tela, sulla carta, o sulla tavola lignea: da lei, di volta in volta, utilizzate per sviluppare il dipinto. Un altro elemento distintivo della pittura, più recente, di Maria Ditaranto, è la sua maniera di “lasciare” - lungo il piano prospettico dell’nuovo - un tratto di grafite, o un’orma di carboncino, o un’increspatura di segno: generato, in quest’ultimo caso, per estrazione del colore, dal corpo stesso della “massa cromatica” (ottenendo, in questa maniera, delle “tracce ornate” minimaliste). Il secondo “codice espressivo” utilizzato da Maria Ditaranto è quello dei simboli. Usando le parole di Luigi Blasucci, possiamo affermare che alcuni di questi “timbri concettuali”- elaborati dalla pittrice – mostrano «una compresenza di realtà e astrazione, e di rifondazione del pensiero nei sensi». In alcuni casi si tratta di “marchi visivi” sviluppati secondo un “codice espressivo” di tipo zoomorfo: libellule, falene, farfalle, corvi e uccelli di vario genere. E in altri casi si tratta, invece, di forme e figure che è come se rispondessero a un “codice essoterico” (palese e palpabile) basato su più “fattori formali”. E tra questi “fattori formali” troviamo, innanzitutto, l’incanto interiore della spiritualità, quella che appartiene all’artista. E che lei trasmette, a sua volta, attraverso i suoi quadri. C’è poi la potenza della forza meditativa, quella che nasce dalla mente di chi ha concepito e di chi ha composto l’nuovo: per affidarla - in un ultimo passaggio ideale - a chi la osserva e a chi la fruisce. E troviamo, infine, l’incanto e lo stupore esercitati sia dal disegno e sia dalla materia cromatica, di cui si compone la sostanza stessa del dipinto. La somma di tutte queste “varianti estetiche” determina, di fatto, la malia e il senso di “affascino magico” del tema rappresentato, di volta in volta, dall’artista. Nell’utilizzo dei simboli zoomorfi, Maria Ditaranto costruisce delle allegorie e delle metafore visive riprese in parte, o del tutto, da un “immaginario medievale” che appartiene, perlopiù, ai bestiari inglesi e francesi, del XIII e del XIV secolo. In quest’nuovozione di recupero semantico - eseguito in senso visuale – la pittrice ha trovato il necessario equilibrio compositivo per affermare la sua totale adesione al moderno e al contemporaneo, sull’onda lunga di alcuni movimenti pittorici – figurativi - degli anni ’80 del Novecento. Vale a dire la pittura colta, citazionista, anacronista e ipermanierista: di cui lei non si può ritenere epigona ma rivisitatrice in senso teorico e speculativo. Nell’uso, invece, dei “segni essoterici” (aperti ai profani) l’artista allestisce delle “espressioni retoriche” (altrimenti definite “tropi”) che conducono al nucleo più profondo: sia della realtà delle cose, sia del vissuto umano e sia degli “ambienti antropici” che ospitano queste stesse vite. Così facendo Maria Ditaranto ha dato un’interpretazione fantastica e immaginifica sia ai comportamenti collettivi umani e sia ai contegni individuali. Con questo genere d’impianto estetico e stilistico, Maria Ditaranto ha dato, inoltre, espressione: alle radici fantastiche del Creato (miti e leggende) e all’immaginario, ieratico e profano, della storia dell’arte (imago mundi e axis mundi). E da lì è ripartita per creare delle figure che vanno oltre la soglia del fisico e del contingente sconfinando, talvolta, nel metempirico, e in altri casi, addirittura, nel sacro e nel metafisico. Ha costruito, cioè, delle immagini che si fanno messaggio sociale e sostanza spirituale. Ed è così che si manifestano, attraverso la sua pittura: sogni, speranze, utopie e “chimere fantastiche” capaci di offrire - nello spettatore - fiducia in un domani migliore, che vada oltre le violenze fisiche della persona e oltre le brutalità della natura. Situazioni, queste, che si esprimono, a loro volta, nel dolore: mostrato da Maria Ditaranto in una forma paradigmatica e simbolica, velata ma travolgente. Nell’effettuare questa “scelta concettuale” Maria Ditaranto ha raggiunto l’essenza degli archetipi universali. L’ha fatto con l’uso d’immagini che descrivono, ad esempio, il delicato equilibrio che esiste - nella vita di tutti i giorni - tra il singolo individuo e la natura, Dio e la società intera. L’ha fatto con la raffigurazione di busti e tronchi di donna, di volti umani e di mani di persona, che a volte sono lasciate libere di scorrere lungo il corpo e altre volte, invece, s’intrecciano tra loro. In questa maniera Maria Ditaranto è riuscita a mostrarci (attraverso l’uso espressivo del colore e mediante l’utilizzo dell’ornato pittorico) alcune delle tante forme concettuali di cui si compone l’esistenzialismo filosofico moderno, la cosiddetta “filosofia delle nuvole”. Questa definizione - emotiva e appassionata – della “filosofia delle nuvole” dice dello stato d’animo di ogni persona: che nasce, che vive, che sorride, che soffre e che rinasce alla gioia, come l’araba Fenice immersa in una miriade di nuvole. Nei suoi quadri Maria Ditaranto ci offre tutte queste “interpretazioni speculative”. E ci mette nella condizione d’indagare sull’effetto di “casualità delle cose”. Insomma, con immagini che arrivano diritte al cuore e alla mente, quest’artista, ci mette nello stato d'animo, non solo d’impressionarci, di commuoverci e di emozionarci, ma anche di ragionare e di pensare sull’effetto di “casualità delle cose”. Nell’effettuare questa scelta di campo – tanto intellettuale, quanto creativa - Maria Ditaranto, mostra, di fatto, la sua modernità estetica, che la pone in sintonia ideale, con i contenuti filosofici espressi - ad esempio - da: Søren Kierkegaard, Martin Heidegger, Karl Jaspers, Jean Paul Sartre, Albert Camus e Herbert Marcuse, protagonisti, tutti questi, del pensiero esistenzialista contemporaneo. E proprio l’esistenzialismo filosofico rappresenta la maggiore componente intellettuale, che è presente nelle ultime opere di Maria Ditaranto: laddove la pittrice ha sviluppato una sua capacità - creativa e immaginifica - di mettere in relazione il “nesso di causalità” (e quindi i concetti, sia di origine dell’essere umano, e sia di fato e predestinazione) con gli “archetipi universali” che sono stati indagati - nel più recente passato - da Carl Gustav Jung, Sigmund Freud ed Erich Neumann. Tra questi “archetipi universali” (che sono stati analizzati da questi antropologi e psicoanalisti moderni) ci sono, senz’altro, nei dipinti di Maria Ditaranto, i simboli: della Grande Madre (la Terra), dei miti della Creazione (Lilith) e della Genesi dell’umanità (Eva). Sono elementi, tutti questi, che ricorrono, in forma subliminale, nei dipinti di quest’artista. E che si esprimono nella forma del grembo, del seno, del ventre, del petto e dell’addome femminile. Si tratta di forme e di figure - “inclusive” e rassicuranti - che rimandano all’idea di un “grande utero materno” che accoglie e che non respinge, come potrebbe essere nel caso, invece, di un’enorme camera magmatica, nelle viscere della terra. Sono forme e figure che dicono, altresì, della donna e del suo essere madre. E non soltanto. Dicono di una donna che esprime con i suoi gesti - come affermava Carl Gustav Jung - «la magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale, che trascendono i limiti dell’intelletto». “Le due lune di Lilith” rappresentate, idealmente, da Maria Ditaranto coincidono, di fatto, con i due poli antagonisti della “visione alchemica” della realtà, dove bene e male sono considerate delle illusioni mentali: come, pure, sosteneva Albert Einstein. E questi dipinti di Maria Ditaranto dicono, altresì, che la realtà possiede numerose facce: l’incanto, la grazia, l’armonia, la menzogna, il disinganno e la verità. E come nel “mito perduto di Lilith” essa si mostra: sia nella bellezza dei viventi e sia nell’appariscenza delle ombre.

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